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Quaero,
non pono ... (Interrogo, non affermo ...) Spesso, dopo aver analizzato ad una ad una le opere che formano il percorso e la storia di un artista, ci assale una domanda quasi inevitabile e più interessante, per la sua natura estrema: “perché ?, a che fine? ”. Questa domanda me la sono posta, da tempo, anche per Frascà ed oggi l’unico vocabolo che mi appaia idoneo a tenere insieme tutta la sua vicenda e che assomigli, per me, ad una possibile chiave di lettura, è quello che si nasconde dentro il termine “creazione”, in tutta l’estensione che il suo campo semantico consente all’inspiegabile, al misterioso, al vitale, al simbolico, ed anche al distruttivo, nelle relazioni profonde ed inafferrabili tra essere e nulla, tra caos |
| ed intelligibile, tra finito ed infinito. Come il filosofo, come il fisico, come lo psicologo, ma anche e soprattutto, come il bambino e come il poeta, Frascà è andato alla ricerca in tutti questi anni, della forma matrice, dell’archetipo primordiale, ovvero degli esordi. Con curiosità mai sazia ha interrogato i modelli classici del significato, le “immagini ovvie”, come lui le ha chiamate, aprendole e decostruendole, come il fanciullo fa di ogni cosa gli nasconda la realtà e la verità, scartando ogni interesse “adulto” per la produzione, a favore, invece, del nucleo vitale che si sprigiona dalla scoperta, dall’invenzione e dalla “fictio”, ovvero dalla creazione! Ma dalla creazione di che cosa, dobbiamo chiederci allora. E non possiamo rispondere, ci si perdoni, che con un paradossale bisticcio di parole: con la creazione del presupposto della creazione! | |