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Abbracciare il paradosso e l’ironia sotto l’apparenza della futilità, dopo essersi confrontati con gli assalti della passione e della tragicità, è dare corpo alla capacità di “fare anima”, considerando il salto mortale della creazione, alla stregua di una piroetta di Nijinsky. Quindi, tentare di volare. Nel caos, come nel letto di un grande fiume, vengono travolti e trasportati innumerevoli e disparati detriti spurii. E’ con questo spirito e in questa chiave che vanno letti, molti miei “divertissement sperimentali” che tu conosci, ma che ho sottoposto allo sguardo del pubblico solo raramente. • Quanto più si tenta di colmare la frattura fra io e mondo, frattura che si consuma in filosofia, a partire da Aristotele, per l’Occidente, tanto più si procede verso una fluidificazione dell’io ad opera di autori, che vanno da William James, a Bergson, dalla Harendt a Lévinas, da Joyce a Virginia Woolf. Anche tu hai evitato, ritengo, quelle pericolosissime forme di cristallizzazione che sono all’origine dei mali dell’Occidente, non ultimo, quello del totalitarismo.
N.F. Nel momento in cui concepisci la tua esistenza come viaggio, vedi Kappa, ed hai iscritto nei tuoi genomi, lo Jonio di un padre locrese e quello di una madre siracusana, le acque prenatali, acque tutte insidiose e sorprendenti, essi non possono che configurare un ritorno ad un’acqua archetipica e alchemica che continuamente produce e ripropone la fluidificazione degli elementi. William Blake scriveva: “The Beauty is exuberance: the cystern contains, the fountain overflows” (La bellezza è esuberanza: la cisterna contiene, la fontana trabocca). Tutto ciò che di assoluto e di dogmatico esiste nella forma, una volta realizzata, equivale all’immobilizzazione dell’essere e alla paura della libertà e contribuisce ad elevare steccati contro tutti coloro che aspirano puramente ad essere e a divenire per via di trasformazione. • Della pittura, hai scritto che in essa: “si è compiuta la prima “consacrazione”, il primo “rito d’amore totale” e ad essa, di fatto, sei tornato compiutamente soprattutto negli ultimi vent’anni. Anche i tuoi oggetti sono totalmente ricoperti di strati densi di pittura, di polveri, incrostazioni di ogni sorta di materiali mescolati insieme. N.F. Tutto è pittura, per me, anche la scultura, che come ti ho detto è stata per me il passaggio dal quadrato al cubo e poi, al metro cubo, ovvero lo spazio invisibile da manifestare nel visibile. E se la pittura è, essa stessa spazio, come veicolo della luce è nel contempo la matrice di qualsiasi atto percettivo. D’altronde, nel mio continuo traghettare lo spazio, dall’impossibile al probabile, dalla profondità alla superficie e dal buio dell’incoscienza, alla luce dei soprassalti emozionali della rivelazione, mi ritrovavo impolverato o bagnato di mille corpuscoli che luccicavano non appena cercavo di scrollarmeli di dosso. Era come se questi frammenti avessero trovato, mi si passi la metafora, finalmente gli alvei in cui riposare, che man mano ero venuto predisponendo.