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N.F. Come ho già detto, la mostra del’71, allo Studio Farnese, univa la serie differenziatissima dei Rebis - ambientati fra materie-natura - e dei quattro elementi, alle prime riflessioni sull’individuazione, secondo Jung. Selbst e processo di individuazione sono praticamente la stessa cosa. Mi accorgevo così, che il percorso da me compiuto non faceva altro che riproporre gli aspetti del V.I.T.R.I.O.L. alchimistico: “Visita Interior Terrae Rectificandoque Invenies Occultum Lapidum” (Visita l’interno della terra e rettificando trova la pietra occulta). Il Rebis era la mia pietra occulta ed insieme il mio Selbst, ossia un punto di equilibrio raggiunto. In ogni processo il punto dell’equilibrio corrisponde praticamente ad un grado zero, nessuna gravità, nessun attrito, nessuna tensione, tranne lo stato di sospensione. Ed è impossibile finchè si è vivi non ritornare, come puoi capire, in stato di squilibrio, ossia nel dinamismo, nel conflitto e nell’ulteriore spinta a cercare, fonte di ogni grammatica dello stato creativo. Non è escluso, anche, che l’immagine pubblica, che nel frattempo si andava consolidando di me, cominciasse a pesarmi e a farmi sentire di nuovo in gabbia. In fondo io non volevo specchiarmi nell’immagine pubblica che si riverberava da me, ma nuovamente incontrare me stesso ad uno stadio più profondo. Orfeo per me ha preceduto Narciso.
A Londra, nel pieno del successo, della “Traviata”, siamo nel ’67, regalai agli amici una serie di collages che definii, già allora, “orfeizzazioni”, fatti con i brandelli delle foto e delle riproduzioni dei miei lavori e di me stesso. Questa esperienza la ripetei nel ’77, utilizzando le immagini di una cartella serigrafica dello Studio Ratti, “Imago ‘74”, con viva disperazione dell’editore. Le serigrafie così, da me, mutilate e ricomposte, costituivano l’opera da esporre alla mostra che stava preparando per il gruppo “L’Interrogazione Sistematica”, da me fondato, con Minoli e Scaccabarozzi. Ma la cosa assunse per lui carattere oltremodo provocatorio e solo gli interventi entusiasti dei miei compagni, valsero a tranquillizzarlo e ad esporla. Una volta presso l’Istituto di Fisica della Sapienza di Roma, ebbi modo di osservare un ologramma. La luce laser, penetrando ben più in profondità della luce solare o artificiale, mostrava come ogni frammento di lastra olografica contenesse in sé l’interezza dell’immagine impressionata. Così è il mito di Orfeo, a dimostrazione che, raggiunte le fibre più interne del proprio essere, nessuna distruzione e smembramento di un’immagine può mai annullare la peculiarità individuale dell’essere, ma, al contrario, solo moltiplicarla infinitamente. Chiarito ciò , si trattava per me di distruggere l’apparenza illusoria della percezione di un’immagine, ovvero ciò che Narciso rappresenta e proseguire verso il Labirinto.