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N.F. Ogni mia struttura, oggetto o dipinto, presuppone una tensione tra l’essere, il non essere ancora e il divenire, ovvero tra un passato appena trascorso, un futuro annunciato ed un presente che è rappresentato nell’istante preciso in cui l’osservatore incontra l’opera, vedi il mio Manifesto sulla Percezione del 1965. Se eliminiamo l’anticipazione che lo anima e l’imperativo dell’attesa ogni tempo è bloccato, senza speranza di vita. Ecco perché, per me il procedimento lineare, che segue un percorso unilaterale, come nella serialità, è sempre stato estraneo alla mia natura, come lo è la statistica attuariale. Mi sento molto più vicino alla filosofia, alla matematica ed alla fisica, e persino alla metafisica, di quanto non lo sia alla visione laico-pragmaticostatistica di cui è, in genere, portatore il “fare” americano!
• Mi sembra, dunque, che l’obbiettivo sociale da cui pareva muovere la tua sperimentazione, agli inizi, e le stesse motivazioni del Gruppo Uno, si sia sempre più allontanato per fare del tuo lavoro, una sorta di ricerca ontologica, che doveva approdare, alla fine, alla forma originaria dello Scarabocchio, come momento iniziale e/o iniziatico di tutte le forme. Ma andiamo con ordine: tra il 1976 ed il 1977, insieme alle figure del mito, Narciso e Orfeo – poi, nel 1978, il Labirinto- appare per la prima volta il “Selbst”(se stesso), termine, con cui Jung designò l’incontro della nostra nuova coscienza con il nostro patrimonio incosciente, in una zona libera dalle pressioni fuorvianti dell’uno e dell’altro. Le opere che portano il titolo “Selbst” sono caratterizzate dall’esistenza di cerniere, di fessure e cesure, che mettono in relazione due forme contrarie, seguendo il modo oppositivo dello Yin e dello Yang cinese. Eri forse alla ricerca di te stesso? Le immagini di Narciso ed Orfeo sarebbero state, allora, suggerite dalla “compensazione”, in chiave di “visione artistica” del tuo nuovo viaggio interiore, come indica lo stesso Jung?