![]() |
• Insomma uno scontro tra luce mediterranea italiana e luce astratta dei piatti orizzonti olandesi! Tra le ortogonali di mondriana ascendenza, che tu a tutti i costi volevi scrollarti di dosso, e le diagonali metafisiche di ascendenza dechirichiana, che rilanciavano sempre verso un altrove.Rivisti oggi, con il senno di poi, i tuoi “Parallelepipedi” e le tue “Orient’Azioni” suscitano in me la memoria di un percorso che, dalle pareti suprematiste di Malévitch - rapporto uomo-cosmo -, alle pedane metafisiche di de Chirico - in procinto di un decollo di oggetti, figure, visioni - sino all’astronave di Gino de Dominicis ed alle sue entità piovute da un altro mondo, implicano un discorso sull’alterità, ossia di un ponte lanciato tra il qui e il là di altre dimensioni, o anche, di un nuovo modo di vivificare vecchie percezioni. N.F. Tu hai citato alcuni degli artisti che ho molto interrogato, e che mi hanno fornito molte risposte. Per primo de Chirico e l’opera metafisica. Ponente nel ’62 vedendo le mie “pitture” n°1, n°2, n°3 etc. fatte a Palermo, lo riscontrò, e me lo fece notare con mia felice sorpresa, nonostante esse fossero totalmente non oggettuali, fatte di geometrie elementari: ovali, quadrati, rettangoli e colori fluorescenti. Malévitch, in seguito, con la sua assolutezza mistico-teosofica espressa con icastica intensità, de Dominicis lo conosco molto meno, ma aggiungerei alla lista, semmai, per l’emozione che ne ricevetti, la sequenza di Gagarin, nel primo viaggio astronautico, compiuto da un essere umano e molto dopo, il film di Kubrik “2001, Odissea nello spazio”. Nel mio film Kappa, nel ’65, avevo inserito la sequenza del documento su Gagarin e le voci e i suoni degli astronauti nella spedizione successiva. |
Fatto
ancora più curioso e per me, oggi davvero eccitante, avevo messo
in relazione il viaggio dell’astronauta con quello del feto nel
ventre della madre sino al momento che precede la nascita, per via di
metafora naturalmente, non per via descrittiva. • Il tuo tipo di progettazione, anziché procedere secondo una linea evolutiva, sembra muoversi costantemente da un nucleo centrale verso l’esterno e dall’esterno verso il nucleo centrale. Sotto il profilo della ricerda ca e del progredire, si giunge così ad un grado zero. Se il progresso è zero, allora il prodotto delle operazioni, l’opera, l’oggetto, la struttura, sono pur sempre un unicum, come avviene anche nella più tradizionale delle visioni artistiche, escludendo totalmente la serialità. In che relazione sta il risultato della ricerca, ovvero l’oggetto che ne dà testimonianza, con i momenti che sono stati necessari per raggiungere il risultato? Faccio un esempio: il tuo “Rebis Matrice” se fotografato da diversi punti di vista, sembra ogni volta un oggetto diverso, tanto da poter ingannare chiunque sull’esistenza di 12 elementi, mentre si tratta sempre di un solo unico elemento. Se invece guardo le ricerche sul “cubo aperto” di Sol Lewitt del 1974, che seguono le tue dal 1967 al 1972, vedo che ogni momento della ricerca ha dato luogo ad un nuovo oggetto, tanto da mostrare il prodotto nella sua evoluzione temporale e da renderlo idoneo ad un processo di serializzazione. |
|