![]() |
La crisi della bidimensionalità che avevo appena sperimentato nei miei nuovi “oggetti-formula” - come tu suggerisci - fu oggettivata anche nel linguaggio filmico con il mio primo film: “Kappa”. Lo schermo cinematografico e quello della tela pittorica dovevano entrambi essere messi sotto accusa, eventualmente, fino a farli esplodere. Il cinema era opera d’arte-totale, in quanto includeva la bidimensione, lo spazio, il tempo e la narrazione. Ma come arte della visione anch’esso conteneva in sé il rischio della descrizione, ovvero dell’ottundimento della percezione e dell’emozionalità.Sotto il profilo della narrazione, “Kappa”, non seguiva la temporalità cronologicae non progrediva verso un traguardo conclusivo, ma si riavvolgevasul finire, riandando verso l’inizio della storia in un movimento adotto. Sotto quello delle immagini, utilizzavo un coacervo di frammenti a collage, registrati da me o estrapolati da materiali disparati, con un effetto di condensazione-saturazione, rarefazione-svuotamento, sino alla completa vaporizzazione dell’immagine. |
Uguale
destino subì la colonna sonora: rumore, musica, registrazione sia
del mio battito cardiaco, che del respiro, furono sottoposti ad Aldo Clementi
per l’arrangiamento. Terminata la serie degli Strutturali su tela,
nel ‘66, avevo avvertito una specie di insofferenza per l’aspetto
“virtuale”, che essi rappresentavano, tanto, che più
di una volta mi trovai a tirare degli oggetti contundenti contro la tela
che aveva assunto, per me, un aspetto tale di costrizione, da farmi sentire
dentro una camicia di forza. Come riflesso psicofisico della durata, a
volte anche di 5 o 6 mesi, della mia concentrazione di lavoro e di percezione,
cominciavo ad avvertire seri malesseri tanto da ricorrere al mio medico,
illustre omeopata, insieme al quale avevo l’abitudine di frequentare
una palestra di Judo. Il suo suggerimento categorico fu che dovevo imparare
a respirare per decomprimermi, praticando la respirazione diaframmatico-addominale.
Di fatto, questi esercizi cominciarono a fare circolare liberamente il
vuoto dentro di me senza alcun impedimento o blocco. La prima immagine
che scaturì, al di là di ogni legame artistico, fu quelladel
mio maestro spirituale, che nel 1952, insieme ad un piccolo gruppodi persone,
mi insegnava laconcentrazione meditativa e la respirazione,secondo la
disciplina di Rudolf Steiner per sviluppare due cose fondamentali: la
lettura dell’aura intorno al corpo umano e la pulsazione cromatico-energetica
dei 7 chakra. La seconda, invece, fu la carrellata degli oggetti tridimensionali
a cui avevo lavorato fin dal 1964. Fra di essi, naturalmente,il più
importante era per me, la “Gabbia Cubica” del ’65,soprattutto
perché, potevo chiaramente constatare il mio essere fuori dalla
gabbia, invece che dentro l’illusione percettiva della pittura.
|
|