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• Con l’apertura definiva del cubo, espressa dal tuo Rebis eri quindi approdato chiaramente all’ambiente. Attraverso un’elaborazione che va dal 1972 al 1974, lo sviluppo di questo tema porta in linea retta all’“Ambiente Prospettico Polivalente” che non sarà mai completamente realizzato in scala umana, ma il cui modello in scala 1:25 resta comunque basilare per l’interpretazione del tuo
lavoro. Curiosamente però, dopo essere arrivato all’ambiente reale, sentisti il bisogno di riprogettare un ambiente “illusorio”, diretto esclusivamente a rifondare le cognizioni mentali, ovvero psico-fisiche dello spettatore. N.F. In una installazione per l’ambiente “reale” si doveva sottostare alle condizioni poste dal naturale svolgersi e comporsi della luce, accettandone
gli inevitabili effetti.
La mia ricerca da sempre, aveva come nucleo centrale l’attenzione sulla luce, per questo volevo progettare un ambiente che consentisse allo spettatore di osservare, anzi meglio, di spiare il comportamento della luce in tutte le posizioni che potenzialmente essa avrebbe assunto nell’arco di una giornata. Nel 1969 arrivando nella mia nuova casa-studio nella Tenuta della Valchetta al Labaro, mi ero soffermato ad osservare la proiezione della luce che filtrava dai fori lasciati dalle viti sul legno nelle stanze vuote, con tanta meraviglia ed attrazione da suggerirmi una sorta di piccola esposizione per partecipare agli amici la mia scoperta. A mano, a mano che il tempo passava, mi feci la convinzione, che dei fenomeni polimorfici a cui assistevo si dovesse dar conto e la mia casa divenne allora, il laboratorio ideale delle mie sperimentazioni per un certo periodo. La progettazione dell’Ambiente conteneva, dunque, tutte le possibili orientazioni del percorso della luce Nord, Sud, Est, Ovest, alto, basso, solidificata in oggetti dalla grande ambiguità percettiva, grazie alla loro forte obliquità. Tutti nascevano dalla struttura della diagonale. Gli oggetti a parete, in sospensione o sul pavimento. disegnato a quadroni bianchi anticipavano in piccola scala alcune delle mie future strutture: Doppio Kubus, Parallelepipedo, Angolo, Columna, Finestre e Porte che seguivano le diverse orientazioni. Un terzo dell’ambiente totale presupponeva la zona d’ombra. Parete, pavimento e oggetti relativi, erano dipinti di nero e sottoposti ad una inclinazione ulteriore grazie alla pendenza di 10 gradi del pavimento.
Quest’ultima soluzione mi era stata dettata dall’esperienza di disorientamento vissuta nella celebre casa “obliqua” di Bomarzo, che fin dal 1958, aveva costituito per me motivo d’indagine. Fu uno dei miei peggiori scacchi essere invitato ad Amsterdam dall’allora direttore dello Stedelijk, De Wilde, che volentieri avrebbe realizzato definitivamente l’Ambiente, e ricevere invece, dopo più di un anno, servito a divulgare con successo il mio progetto alla maggior parte delle istituzioni museali olandesi, una inspiegabile e, per me inaccettabile, risposta negativa.