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In
una sola giornata nel romanzo sono concentrate tutte le percezioni sensoriali,
il passato, il presente ed il futuro, senza soluzione di continuità,
in rapide dell’inconscio, che travalicano ogni punto fermo della
grammatica preclue della sintassi logica e dunque ogni abituale coordinata
dell’esistenza. Un vero “déroutement de touts les sens”,
come diceva Rimbaud, destinato a scoperchiare le emozioni più profonde,
che la ragione ha soffocato. A partire da lì, la mia percezione,
dunque, non poteva più essere solo oculare, o “culturale”,
ma doveva orientarsi a cercare i nessi complessi, che si intrecciavano
tra l’esperienza del mondo e, quella del soggetto. Dovevo sprofondarmi,
ancor più, nel caos, per cercare un nuovo ordine dei fenomeni e
delle esperienze. Per questo motivo, anche in seguito, l’obbiettivo
delle mie appassionate ricerche nel campo, è sempre stato quello
di demolire ogni regola prefabbricata e precostituita, per sorprendere,
scuotere ed allarmare lo spettatore, fino ad operare il suo completo “risveglio”,
se così si può dire. • Insieme alla tendenza “costruttivista”,
ottico-geometrica, del gruppo di Ricerca d’Arte Visuale coesisteva
a Parigi quella del Nouveau Realisme, ad essa assolutamente opposta che,
Pierre Restany aveva appena lanciato. Hai avuto rapporti con i suoi esponenti?
N.F. Si, certo. Rapporti anche amichevoli, ma formali. In qualche modo
ero addirittura entusiasta delle loro capacità provocatorie e ludiche,
con qualche sfumatura di “goliardia”, ma non ne ero profondamente
toccato. Con Pierre Restany, però, che insieme al mercante di Fautrier,
Guido Le Noci, voleva propormi, allora, di entrare nella “scuderia”
di Pierre Matisse, sono rimasto, anche in seguito, in costante contatto
e legato da sentimenti di fraterna amicizia sino alla fine. |
| Con lui, Ico Parisi ed Enrico Crispolti ho fatto l’entusiasmante esperienza dell’“Operazione Arcevia”, nel ’72, cui collaborarono anche César ed Arman e, su mio invito, Michelangelo Antonioni, Tonino Guerra, Aldo Clementi e Francesco Pennisi. Si trattava di progettare un villaggio, il primo - credo - costruito interamente dagli artisti. • La prima esposizione del Gruppo Uno, nell’inverno del 1962, avviene nell’Autoscuola Schiavo di Roma. Quali furono gli antefatti? N.F. Il nuovo, con la sua prepotenza, il suo sapore di scandalo ed i suoi aspetti mondani ed esteriori, si confrontava in due opposte tendenze: il Gruppo di Ricerca d’Arte Visuale (GRAV) ed il Nouveau Realisme, come ho detto. Il primo privilegiava il “retinico”, inviso a Duchamp e a de Chirico, che avevano aperto ben altri orizzonti rispetto all’Impressionismo, di cui la tendenza ottico-cinetica, in questione, con i suoi congegni meccanici ed i suoi illusionismi, un po’ da Luna Park, sembrava l’epidermica prosecuzione! Il secondo mi sembrava, nella sua simpatica eccitazione, pur sempre figlio del cubismo e del dadaismo e dei loro aspetti più empirici e materiali. Invece, si rafforzava in me il sentimento della pittura e del colore. | |