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• A Parigi, dove sei arrivato nel 1961, con una borsa di studio del governo Francese, un forte cambiamento artistico era in corso, come indicano le mostre ed i gruppi che si raccoglievano intorno alla galleria Denise René. N.F. Grazie anche ad una lettera di presentazione di Argan, ottenni, alla fine del 1961, la borsa di studio del governo Francese per Parigi, dove mi aspettava l’esperienza dell’“Atelier 17” di William Stanley Hayter, noto ovunque, per il magistero di libero sperimentatore del segno, che annoverava fra i suoi discepoli, per l’incisione, persino Picasso e Mirò. A Parigi, ero arrivato con l’aspettativa nei confronti della città che rappresentava, insieme, la cultura, la libertà e l’amore e con due stelle polari: Camus, a cui avevo appena dedicato un’intera mostra, che, dopo la sua morte, non era più soltanto un mio eroe, ma un mito storico, e Fautrier, di cui avevo appreso in parte la lezione, frequentando all’Attico di Sargentini le mostre che si facevano. Le mie prime attività a Parigi furono: rintracciare tutti i luoghi e le persone che Camus aveva frequentato e cercare di approfondire l’esperienza su Fautrier. Dall’alberghetto di rue Casimire Delavigne, dopo pochi passi, mi ritrovavo a correre per i boulevards, a volte per ore, inalando a pieni polmoni l’aria di Parigi, la sua luce, ed i colori, sia naturali che artificiali. Penso, soprattutto, agli smalti con cui erano dipinti i portoni dei negozi. Tornato in albergo, mi mettevo a ricostruire sui fogli di carta, anche di piccole dimensioni, l’andirivieni dei miei percorsi, in sintonia con le emozioni che avevo vissuto. I primi risultati evidenti furono una sensibile fluidificazione del segno, che cominciò a “danzare” e ad espandersi sulla superficie, e lo sguardo frontale e non più laterale, come nelle tele incrostate di gesso, sabbia e polvere di marmo, che facevo a Roma. Nella casa del grande collezionista, George de Segur, ebbi modo, poi, di vedere il Fautrier espressionista degli Anni Trenta, fino a che non fui condotto ad incontrarlo di persona nello studio di Meudon, dove in uno slancio di amicizia “alcolica”, tentò di collocare al sicuro la sua posterità nelle mie mani, anziché in quelle dei mercanti americani che stavano per arrivare, “per portargli via i suoi quadri”, come lui diceva.
• Tu quando hai cominciato ad occuparti di percezione visiva?
N.F. In realtà ho cominciato ad occuparmene davvero, quando ho iniziato a prendere coscienza di tutto ciò che avevo assimilato e di cui era traccia sempre più manifesta nei miei quadri. Se vuoi saperlo, io ho letto il testo fondamentale “Fenomenologia della percezione” di Merleau-Ponty, solo nel 1965; quando è uscito in Italia: avevo già dipinto la maggior parte dei miei Strutturali. Lo “Strutturale XXII” del 1964, era infatti il numero 22 della serie. La mia vera guida nel labirinto esistenziale tra il 1961 ed il 1962 fu invece l’“Ulisse” di James Joyce, regalatomi prima di partire per Parigi. Quel libroera destinato a sovvertire qualunque residuale pregiudizio e a lavorarmi dall’interno,sino a produrre nuovi fermenti conoscitivi, facendo germogliarein me una nuova coscienza.

 


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