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Nel 1944, l’esplosione dell’entrata delle Fosse Ardeatine, provocata dai nazisti, mi portò a cercare il corpo di mio padre, in mezzo ai cadaveri, ormai esposti ad ogni conseguenza, indotta o naturale. I miei disegni a china pennellata, dal 1956 al 1958, sugli “Orrori della guerra”, ne danno piena testimonianza. Avevo 27 anni ed alle spalle un ciclo tragico della mia esistenza, quando nel 1958 tenni la mia prima personale nella Galleria Schneider di Roma, sul tema delle “Impronte” e della corrida, con gli auspici di Toti Scialoja, che la avallò e in qualche modo, la garantì. In particolare, le opere dedicate alla fatale schermaglia tra toro e toreador |
| erano coloratissime. Dopo una fase di ritorno ai neri, ai grigi e ai bruni, che mi fu rifiutata dalla maggior parte dei galleristi romani, perché troppo “tetra”, ripresi il tema dei percorsi tracciati sul muro, che avevo sperimentato durante la guerra, cercando di riportarli con la stessa autenticità, e senza guardarli, sulla superficie della tela. Graffi, tracce, scarabocchi, emblemi, in fitti impasti, da cui il segno emergeva con aculei ed incroci a filo spinato, formarono il contesto dei miei dipinti dal 1959 al 1961. Argan visitò il mio studio alla fine del 1960, testimoniando, da allora, anche per lettera, una stima e una fiducia verso la mia ricerca che non mi avrebbero mai più abbandonato, come la sua amicizia, che ho contraccambiato sinceramente sino al giorno della sua morte. Prima della mia partenza per Parigi, mi attendeva, tuttavia, dietro l’angolo, la prima fondamentale collaborazione con Michelangelo Antonioni. Si, perché oltre a dipingere, quanto più potevo, anzi, proprio per potermene permettere il lusso, io entravo e uscivo continuamente dai teatri di posa, dove lavoravo come scenografo-arredatore. Il set dell’“Eclisse” era in crisi, perché lo scenografo di fiducia di Antonioni era da tempo ricoverato in ospedale e tutti quelli che erano stati chiamati a sostituirlo non erano stati in grado di soddisfare le aspettative del regista. La scene iniziali del film erano state lasciate in sospeso, benché il resto fosse stato ultimato. In esse si delineavano i connotati dei personaggi principali, da cui doveva scaturire il conflitto, che dava luogo all’intero film. In due giorni e due notti, interamente dedicati a ricostruire le tracce, che testimoniavano il dramma fra i personaggi, l’allestimento fu da me realizzato, determinando alla fine l’atteso”si gira” da parte di Antonioni. Da allora, una grande amicizia ci ha legati, anche se non ho più potuto ottemperare alle richieste, ogni volta rinnovatemi, per “Deserto Rosso”, “Blow up” e “Professione Reporter”, se non come consulente amicale, data la mia, ormai consolidata, scelta artistica. | |