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PROVE GENERALI • L’Informale con il suo hic et nunc (qui ed ora) aveva privato l’uomo el’artista dell’aspettativa messianica, di quella speranza e, direi meglio, di quella “grammatica del futuro”, che tutta l’avanguardia aveva, invece, abbondantemente profuso nei propri atteggiamenti e nei propri pensieri. Ma partiamo dall’inizio. A che punto eri quando sei partito per Parigi? N.F. Per me l’Informale fu una sorta di annientamento o di tabula rasa di tutte le atrocità e le distruzioni che avevamo vissuto nell’ultima guerra. Il sentimento di essere ancora vivo, che provavo ogni volta che, dal buio delle cantine in cui ci rifugiavamo, risalivo alla superficie, mi assaliva appena mi ritrovavo in strada alla luce e all’aria. Camminando radente il muro, tracciavo, con ciò che mi capitava a tiro: |
| sassi, rami, schegge di ogni tipo, il percorso, graffiando l’intonaco del muro da via Scarlatti, dove abitavo, fino a Villa Borghese. Quella fu la prima presa di coscienza del “segno” che, come puoi capire, era legato al mio reale “esserci”, nel senso della sopravvivenza o, se preferisci, in senso heideggeriano. A Villa Borghese, altezza con via Raimondi, si compieva, ogni volta, questo rituale: constatare che la banda dei miei amici, di giochi e scorribande, fosse ancora al completo, dopodiché ci tuffavamo, letteralmente, l’uno tra le braccia dell’altro per la commozione di avercela fatta. L’Informale, con i suoi gesti ed i suoi segni, mi rivelava, quindi, che al di là delle sovrastrutture dell’arte e della cultura, il fondamento di ogni esperienza consisteva nello slancio della vita e della sua libertà di espressione. L’essere umano, in tutta la sua complessità, diventava la vera testimonianza dell’“esserci”, e dell’“esserci” in piena autenticità. La scelta esistenziale inclinava per questo, verso il sentimento di “alterità” di Camus e la terribile giustizia umana dell’“Uomo in rivolta”, anziché verso Sartre ed i principi filosofici che astrattamente incarnava. Per me, il presente e la condizione di sprofondamento al suo interno, era il tunnel da cui, pur sempre, si poteva intravvedere la luce della fuoruscita, ossia il momento futuro. Dopo tre anni di architettura, abbastanza sofferti, ma superati negli esami più consoni alle mie predisposizioni artistiche, capii che senza abbracciare completamente la direzione della pittura, ossia il percorso puramente creativo, non ne sarei uscito. Attraverso la pratica pittorica raggiunsi, invece, abbastanza presto, il nucleo della mia emozionalità, che era stato soffocato dalle terribili esperienze che avevo vissuto intorno ai tredici anni. | |