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Ai margini, è già la curva che avanza, insinuando un moto alterno di avanzamento ed arretramento - come nel magnifico esemplare di “Strutturale variante” del ’66 o negli “Ovali” del ’61 e del ’62 - ovvero un movimento di raccordo verso il futuro, come verso il passato. Ma è anche il “Rebis”, in tutte le sue smaglianti variazioni, dal dinoccolato assestarsi nelle 12 posizioni di base del “Rebis Matrice” del ’67 - che evidenziano l’esistenza di un’infinità continua in cui è possibile la loro manifestazione sensibile - sino al vibrante alzato del “Rebis Columna”, o al prismatico rifrangersi del “Rebis Daedalus I”. Tutto ci parla nel linguaggio di segni dai molteplici comportamenti e dimostrazioni in rapporto, certo, allo sguardo dello spettatore, ma evidentemente anche ad una propria inalienabile essenza o natura metamorfica, ben oltre la percezione puramente visiva, ed anzi abbracciando già l’aspetto sonoro (il raccordo con la musica, anche se manifestato pubblicamente solo nel ’62, ha accompagnato da sempre Frascà in modo naturale e spontaneo). Ciò che suggerisce sullo sfondo sottile e labile dell’essere, la pulsazione caotica e inafferrabile del non-essere, il suo potere abissale, capace di dar vita, a dispetto di qualsiasi forma definitiva o fissa, ad un continuo nascere e morire,
che è poi l’essenza di un perenne e inarrestabile divenire. Ciò che precede o, come accennavo, “presuppone la creazione” non può essere che il nulla originario, che è tanto inafferrabile per il senso comune quanto, ad esempio, la teoria dei buchi neri lo è per le leggi riconosciute della Fisica, ma che, per l’appunto, è lì per consentire - come dire? - allo stesso “essere” di essere. Tenendo fermo quanto sopra, meraviglierà forse meno, che ad un certo momento della propria esistenza, sorprendendo ed in qualche caso, irritando e spiazzando i suoi molteplici estimatori, Frascà abbia affrontato, allora, come nuovo campo di ricerca quello dell’area prenatale, ovvero dei momenti precedenti la nascita e, con essa, tutto ciò che si dice “creato”. Ad ogni pulsione corrisponde una reazione uguale e contraria; più dinamico è l’atto creativo, più forte è l’attrazione che si sviluppa verso la negazione di questo dinamismo. Il moto di annientamento o di contrazione nel non-essere si è presentato, più di una volta, nell’orizzonte di Frascà ed è stato, una prima volta, metabolizzato con la frantumazione e lo smembramento delle sue celebri “orfeizzazioni”, ed una seconda, con quell’apparente allontanamento che è poi, semplicemente, una sottrazione alla vista del mondo, causato dagli studi, le analisi e le nuove pratiche sperimentate con passione sul prenatale in questi ultimi decenni, in cui gli esercizi sullo “Scarabocchio degli adulti”, lo hanno riportato alle origini della sua stagione informale. La libertà con cui, al di fuori di schemi o schieramenti prestabiliti, abbiamo imparato a leggere il lavoro di molti importanti esponenti dell’arte degli Anni Settanta ed Ottanta, ci aiuta, oggi, a leggere con maggiore attinenza, io penso, anche il lavoro di Frascà. “L’arte non ha altro compito” - scrive Bergson - “che quello di eliminare (...) i luoghi comuni convenzionali o socialmente accettabili, in breve, qualunque cosa ci nasconda la realtà, per portarci alla realtà stessa”. Questa mostra esibisce il segmento centrale dell’itinerario dell’artista e corrisponde al tronco del corpo della sua opera. Mancano la testa e la coda, ma sono sicura che quando, finalmente, potranno essere viste, esse si ricongiungeranno in perfetta, fisiologica sinapsi.