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Per questo le sue sculture-strutture, in particolare, sono assai più simili a degli oggetti- formula che a delle opere, nel senso comune del termine e, d’altra parte, per quanto l’arte, la filosofia e la religione siano forse anch’esse solo modi di rispondere all’eterno quesito sull’origine della vita e del mondo, la posizione di Frascà appare più vicina a quella del matematico o del fisico, che a quella dell’artista tout court . Alcune sue scoperte, o invenzioni, e penso particolarmente al Rebis, fulcro centrale intorno a cui ruota l’intera sua opera, sono infatti l’accesso a nuovi ordini di consapevolezza, salti di scala, ben più nel senso del “lampo assiomatico”, caratteristico del matematico, che manufatti che hanno raggiunto una forma finale.
A questo proposito, c’è un’espressione di Simone Weil, riferita alla dialettica hegeliana che fa riflettere: “estensione della mortalità del finito alle verità dette eterne”. Non una sola volta, ma ripetutamente, Frascà ha accostato l’idea dell’attuazione del progetto alla morte (“progetto attuato” = morte), segno che lo “strappo” che la forma è destinata a lasciare nella persistente continuità del nonessere ben più duraturo, lo ha sempre tormentato, come lo ha tormentato ogni “auctoritas” precostituita ed irrefutabile, dalla prospettiva monoculare alle forme della geometria euclidea. Se osserviamo la sua “Apparizione del quadrato” del ’63, non possiamo non percepire come, fra gli “elastici” della temporalità, stia sospeso, per un attimo, il vuoto; la sua forma è momentaneamente quella di un quadrato, ma esso potrebbe immediatamente essere sovvertito nella posizione, come nell’orientamento, trasformandosi repentinamente e ripetutamente in “altro”.